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Editoriale di chiusura della stagione Teatrale 2008-2009
Versione originale dell'articolo apparso su Toscana Oggi

 

Il teatro, per sua stessa natura, ha un forte potere aggregante. Riuscire a mettere in scena un’opera teatrale vuol dire riuscire a mediare diverse capacità conoscenze ed inclinazioni, orchestrate professionalità lontane tra loro (dagli attori agli scenografi, dagli elettricisti ai registi, dagli sceneggiatori ai sarti), e superare contrasti per il raggiungimento di un fine comune.
Non solo, il teatro, più di molte altre forme sceniche e figurative, ha un forte potere aggregante anche tra coloro che fruiscono dello spettacolo e coloro che lo hanno messo in scena.
Non deve quindi stupire il forte connubio spesso esistente tra teatro e comunità religiose.

In particolare il Teatro Reims da sempre fa parte della vita parrocchiale del Corpus Domini, sia come esperienza teatrale sia come utilizzo degli ambienti. Nel corso degli anni il teatro si è spesso rinnovato, sia da punto di vista architettonico, sia dal punto di vista di offerta culturale. Compagnie stabili si sono avvicendate, il cinema ha lasciato posto al vernacolo, per poi allargare nuovamente gli orizzonti alle diverse offerte culturali teatrali: dalla commedia popolare alle opere originali, dagli spettacoli per i bambini, all’opera.

Forse mai come nella presente stagione teatrale il Reims ha spaziato a livello cartellone, con un’offerta estremamente ricca e varia.
Ma al di là della valenza artistica il Teatro Reims è, e rimane, una realtà parrocchiale.

Il legame esistente tra culto, catechesi e teatro è nota. Anticamente la rappresentazione scenica era esclusivamente una rappresentazione religiosa. Nel corso dei secoli il teatro, come arte, si è periodicamente resa indipendente dalla rappresentazione religiosa e dalla funzione catechizzante, per poi trovarsi strettamente legata ad essa in nuove ed originali forme.
Ne sono un esempio le varie rappresentazioni sacre delle Passio che ancora sopravvivono in alcune zone rurali d’Europa, ultima vestigia della rappresentazione sacra originariamente consumata all’interno delle chiese, o, in maniera più blanda, la lettura a più voci del vangelo della Domenica delle Palme.
Persino il teatro moderno, nato dalla commedia dell’arte, ha una forte valenza spirituale, con le maschere dai volti cerulei, in origine rappresentazione del mondo degli spiriti.
In epoca moderna il teatro e la rappresentazione teatrale, soprattutto nel mondo statunitense, ha trovato nuove e originali forme di catechesi.

Fermo restando il potere comunicativo delle forme cinematografiche e televisive la kermesse teatrale rappresenta uno dei canali privilegiati di comunicazione del messaggio religioso. Come mai?
Credo una delle ragioni predominanti sia anche la più semplice: il teatro, in ogni sua forma, crea comunità.
Come già accennato il teatro ha una forte spinta aggregante tra coloro che operano per la messa in scena dello spettacolo, ma a differenza di arti come il cinema, il teatro vive di una forte simbiosi tra attori e spettatori. La stretta dipendenza esistente tra i due piani scenici rende inutile la presenza degli uni senza quella degli altri. Questo rapporto di “dipendenza” spesso si trasla in un rapporto di compensazione e di collaborazione tra le due parti, arrivando anche ad annullare lo spazio scenico.
I passi mossi sull’attore sul legno del palco risuonano nello spettatore, l’aria respirata dagli attori è la stessa che si respira in platea.
La mancanza di barriere, fisiche e temporali, rende più facile anche il passaggio e l’assorbimento del messaggio che l’opera teatrale vuole trasmettere.

Non stupisce quindi che sia proprio al teatro che si sia rivolto uno dei personaggi più importanti della storia della chiesa e della catechesi cattolica, Carol Wojtyla.
Il passato di Giovanni Paolo II come attore viene spesso narrato quasi come una curiosità, una bizzarìa nella storia di un papa.
Troppo spesso ci si dimentica del forte impatto comunicativo dell’arte teatrale e di come le scelte e la morale personale dell’attore si trasmettano alla platea.
Tenendo presente il forte impatto comunicativo e di catechesi che ha il teatro e il potere aggregante dell’opera teatrale possiamo vedere sotto una luce più tagliente l’opera scenica più famosa di Wojtyla: La Bottega dell’Orefice.
La profonda cultura classica e letterale dell’autore si riscontra fin da subito nel titolo. Come per il Godot di Beckett anche l’orefice e la sua bottega non appaiono mai.
E mentre Godot è solo un pretesto per una discussione sulla vita e sulla morte, così la bottega dell’orefice è un mezzo per parlare dei valori, reali o presunti, e della vita che ruota intorno a più semplice ed importante prezioso: la fede matrimoniale.

La circolarità della fede si riscontra anche nella circolarità delle vicende. Tre storie, che partono distanti e che si chiudono in se stesse, aprendosi nuovamente a nuovi orizzonti.

Contrariamente a quanto si possa immaginare, il rapporto matrimoniale non viene rappresentato nelle sue pacatezze idilliache, ma nelle sue difficoltà, nei suoi contrasti, nelle sue incomprensioni e non-comunicazioni.
L’opera venne scritta come una serie di monologhi, con i vari personaggi, che recitano presenti gli altri attori, ma rivolti al pubblico, a rappresentare ad un tempo la ricerca interiore e la difficoltà di comunicare con chi ci sta vicino. L’essenzialità della dotazione scenica della stesura originale, poi, rimandano al modello del teatro Rapsodico (in cui si cimentò lo stesso Wojtyla) in cui predominante è il ruolo della Parola.

Le vicende delle tre coppie (una divisa dalla morte, una allontanata dall’insofferenza, la terza, composta dai figli delle prime due, che tenta di costruire qualcosa di solido sui traballanti presupposti precedenti) si dipana nel periodo compreso tra la II guerra mondiale e gli anni ’70, coprendo un periodo estremamente variegato e complesso anche dal punto di vista sociale.

Dedicato alle coppie, più o meno giovani, ma non solo, “La Bottega dell’Orefice” è un’opera interessante, che rappresenta un importante connubio tra cultura e spiritualità nonchè un chiaro messaggio che il futuro papa volle mandare ai giovani che tanto aveva a cuore.

La Bottega dell’Orefice” è stata rappresentata presso il Teatro Reims sabato 18 aprile (ore 21.15) e domenica 19 aprile (ore 17.00) dalla Compagnia "Labad-Sancat" per la regia di G. del Bianco, coun una rielaborazione originale del testo.

Per qualsiasi informazione sul Teatro Reims e il suo cartellone rimandiamo al sito web: www.teatroreims.com

Cristina Caredio